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I giovani e l’importanza di “portarsi la borsa da soli”
I giovani e l’importanza di “portarsi la borsa da soli”

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PRESENTE A
SCATTI


Martedì sera nella cornice dell’ex Convento di Monte Carasso si parlava di “Quale futuro per i giovani”, con lo psichiatra e saggista Paolo Crepet.


  21 Settembre 2022 - 11:25





Martedì 20 settembre, all’ex Convento di Monte Carasso, si parlava di giovani, del loro futuro e del rapporto fra i giovani e le loro figure di riferimento, quali genitori ed educatori in generale. La conferenza, organizzata dal Team Ticino, in collaborazione con il Gruppo Corriere del Ticino e la Città di Bellinzona, vedeva quale relatore il noto psichiatra, sociologo, saggista ed opinionista italiano Paolo Crepet. Con lo sport al centro delle riflessioni sul tema “Quale futuro per i giovani”, che dava il titolo alla serata, l’orizzonte di analisi si è inevitabilmente esteso al rapporto fra giovani e figure educative (in particolare i genitori) più in generale, nel solco dello sport quale “metafora della vita”, come detto da Crepet.

Ad intervistare Crepet la giornalista Prisca Dindo, che ha avviato la discussione su uno spunto di stretta attualità: quale giudizio dà Crepet ai casi di genitori “ultras”, che perturbano la quiete dei confronti sportivi dei loro figli (casi che parrebbero sempre più frequenti, l’ultimo dei quali avvenuto recentemente a Chiasso)? Esprimendo innanzitutto sconforto e pena, Crepet ha osservato che “è proprio così che (i figli di questi genitori, ndr) non diventeranno mai dei campioni”. “Esaltare” i propri figli non è certo sinonimo di amore, ha osservato lo scrittore. Si rischia invece di tarpare le ali e affossare le potenzialità dei giovani. Al contrario, seguendo le parole dell’ex portiere Giovanni Galli, citate da Crepet ieri: “Si capisce chi diventerà un campione dal fatto che si porta la borsa da solo”. O, con le parole del velista Peter Blake: “Tutto quello che è comodo è stupido”.

L’importanza della fatica e del sacrificio nel costruire il percorso di un potenziale futuro campione (non necessariamente limitandosi all’ambito sportivo) è stato un tema centrale nelle riflessioni di Crepet, così come l’importanza che i genitori, ma anche altre figure educative per il giovane, sappiano evitare un’eccessiva interferenza nel suo percorso sportivo (e di vita). “Un genitore deve credere nel talento dei propri figli e basta”, ha osservato Crepet. “A quel punto, non serve nient’altro”.  “La domanda che ci dobbiamo fare è”, ha detto, “cosa c’entriamo noi con il fatto che nostro figlio o nostra figlia gioca a pallone?”. Intromettersi, parteggiare e proteggere, non aiuta i giovani a crescere e a imparare, anche dai propri errori. Riflessioni che sono state seguite da un folto pubblico presente in sala, sintomo forse che il tema del rapporto con i giovani e la loro crescita rimane una delle sfide del nostro tempo.

Martedì 20 settembre, all’ex Convento di Monte Carasso, si parlava di giovani, del loro futuro e del rapporto fra i giovani e le loro figure di riferimento, quali genitori ed educatori in generale. La conferenza, organizzata dal Team Ticino, in collaborazione con il Gruppo Corriere del Ticino e la Città di Bellinzona, vedeva quale relatore il noto psichiatra, sociologo, saggista ed opinionista italiano Paolo Crepet. Con lo sport al centro delle riflessioni sul tema “Quale futuro per i giovani”, che dava il titolo alla serata, l’orizzonte di analisi si è inevitabilmente esteso al rapporto fra giovani e figure educative (in particolare i genitori) più in generale, nel solco dello sport quale “metafora della vita”, come detto da Crepet.

Ad intervistare Crepet la giornalista Prisca Dindo, che ha avviato la discussione su uno spunto di stretta attualità: quale giudizio dà Crepet ai casi di genitori “ultras”, che perturbano la quiete dei confronti sportivi dei loro figli (casi che parrebbero sempre più frequenti, l’ultimo dei quali avvenuto recentemente a Chiasso)? Esprimendo innanzitutto sconforto e pena, Crepet ha osservato che “è proprio così che (i figli di questi genitori, ndr) non diventeranno mai dei campioni”. “Esaltare” i propri figli non è certo sinonimo di amore, ha osservato lo scrittore. Si rischia invece di tarpare le ali e affossare le potenzialità dei giovani. Al contrario, seguendo le parole dell’ex portiere Giovanni Galli, citate da Crepet ieri: “Si capisce chi diventerà un campione dal fatto che si porta la borsa da solo”. O, con le parole del velista Peter Blake: “Tutto quello che è comodo è stupido”.

L’importanza della fatica e del sacrificio nel costruire il percorso di un potenziale futuro campione (non necessariamente limitandosi all’ambito sportivo) è stato un tema centrale nelle riflessioni di Crepet, così come l’importanza che i genitori, ma anche altre figure educative per il giovane, sappiano evitare un’eccessiva interferenza nel suo percorso sportivo (e di vita). “Un genitore deve credere nel talento dei propri figli e basta”, ha osservato Crepet. “A quel punto, non serve nient’altro”.  “La domanda che ci dobbiamo fare è”, ha detto, “cosa c’entriamo noi con il fatto che nostro figlio o nostra figlia gioca a pallone?”. Intromettersi, parteggiare e proteggere, non aiuta i giovani a crescere e a imparare, anche dai propri errori. Riflessioni che sono state seguite da un folto pubblico presente in sala, sintomo forse che il tema del rapporto con i giovani e la loro crescita rimane una delle sfide del nostro tempo.




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